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La danza della morte

 

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In un manoscritto rinvenuto nell' Escorial (palazzo e convento eretto a 40 Km da Madrid, tra il 1563-1654, da Filippo II per celebrare la vittoria di S. Quintino) che si presume composto al principio del XV secolo, è conservato un poemetto anonimo intitolato "Danza de la Muerte" nel quale si rappresenta la morte che invita a una macabra danza i rappresentanti di tutte le categorie sociali del mondo - il papa, l'imperatore, il cardinale, il vescovo, il Re, il duca, il cavaliere, il curiale, il mercante, il borghese, il contadino, il frate, il sagrestano, la fanciulla e la monaca -: tutti confessano i propri peccati e i piaceri provati nel godere dei tesori del mondo, noncuranti del bene eterno dello spirito, e ascoltano i rimproveri che la morte pronuncia contro di loro. Questo è la prima rielaborazione spagnola di un argomento che ebbe larga diffusione nella letteratura francese dei sec. XIV e XV con le "Danze de Macabrè" e la "Chorea Machabeorum" falsamente tradotta in Danza macabra. Il termine "macabro", infatti, comparve nel secolo XIX traducendo l'originale "Macabrè" la cui origine etimologica, se pur incerta, probabilmente risale al siriaco "Marqadta" o "Maqabrey" rispettivamente "danza" e "becchino", o ai martiri Maccabei ricordati nella Bibbia e celebrati con danze e canti a onore della loro morte.
Le danze macabre ripropongono la pedagogia ascetica del cristianesimo, in cui l'idea della morte suggerisce alle anime il pensiero della caducità della vita terrena e perciò della vanità delle cose del mondo, rappresentando in modo chiaro quale fosse, durante il Medioevo, l'atteggiamento nei confronti della vita e della morte: tutti, cioè, dall'imperatore al povero, dal vecchio al giovane sono destinati ad essere raggiunti dalle braccia della morte sottolineando, così, la fugacità delle cose terrene.
Guardando, però, al suo contenuto vero ed essenziale, le danze della morte finiscono per essere una "satira" spesso pungente e violenta degli uomini e delle vicende umane: da un lato, quindi, raffigurano la caducità della potenza umana e la ineluttabilità della morte, dall'altro però, rappresentano i vizi e gli atteggiamenti degli uomini viziosi in modo tale che il loro ipotetico disprezzo del mondo si risolve, in realtà, in un interesse vivo per le "cose" di quel mondo e in uno spirito realistico e pratico che si tramuta anche in preoccupazioni di ordine sociale e politico.
Oltre che a ispirare opere di letteratura, le danze macabre hanno date luogo a diverse rappresentazioni figurative: sono infatti per la maggior parte affrescate su sepolcri, chiostri o sui muri esterni delle Chiese.
In tali rappresentazioni, uno scheletro con in mano la falce invita personaggi di ogni genere alla sua macabra danza e ognuno è costretto a ballare, suo malgrado, con uno scheletro che, rispetto al vivo, rappresenta il suo doppio.
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Un esempio, in Italia, lo possiamo trovare nella Chiesa di S. Vigilio a Pinzolo (foto a lato) dove, lungo la parete esterna, è affrescata la Danza Macabra opera di Simone Baschenis di Averara (BG) che terminò il suo lavoro nel 1539.In tale lavoro possiamo vedere che, nella prima parte, un gruppo di scheletri forma una sorta di orchestra che accompagna il ballo; in successione, poi, dopo il Cristo Crocifisso, diciotte coppie vengono costrette dalla Morte a prendere parte al ballo. Infine troviamo S. Michele e Lucifero accolgono rispettivamente le anime dei buoni e dei malvagi.Sotto le figure, troviamo un commento popolare in prosa ritmica nel quale sono sicuramente riconoscibili le parole usate dallo stesso Branduardi nel brano "Ballo in fa diesis minore"

 

 

 

Io sont la morte che porto corona

Sonte signora de ognia persona

Et cossi son fiera forte et dura

Che trapaso le porte et ultra le mura

Et son quela che fa tremare el mondo

Revolgendo mia falze atondo atondo

O vero l'archo col mio strale

Sapienza beleza forteza niente vale

Non e Signor madona ne vassallo

Bisogna che lor entri in questo ballo

Mia figura o peccator contemplerai

Simile a mi tu vegnirai

No offendere a Dio per tal sorte

Che al transire no temi la morte

Che più oltre no me impazo in be ne male

Che l'anima lasso al judicio eternale

E come tu averai lavorato

Cossi bene sarai pagato

.....

 

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Lo stesso tema fu oggetto di innumerevoli opere d'arte figurativa in tutta l'Europa, specialmente del Nord: la raffigurazione più antica è quella parigina degli innocenti del 1426 composta di rozze stampe commentate da rozzi versi; sempre in Italia l'esempio più antico è quello di Clusone  del 1485; l'interpretazione più celebre è quella di Holbein che tradusse questo tema nei vigorosi disegni dei "Simulacri della Morte" pubblicati a Lione nel 1536.
In epoca più recente, lo stesso tema è stato riproposto in musica nel poema sinfonico Danse Macabre del musicista francese Saint-Saens (1835-1921) su una poesia di Henry Cazalis, dove le onomatopee della ronda, del vento e delle ossa che si urtano sono rese in modo assai realistico e in cui il violino solista ha una intensa parte concertante.

Laura Gangemi