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Aveva detto
che avrebbe fatto solo qualche pezzo, alcune cosine per i pochi intimi che
fossero stati presenti al dopo-dibattito sullo statuto della regione Lombardia
in cui Franco Nisi, voce storica di Radio Italia, presentava Branduardi.
Effettivamente fra informazione non adeguata, con giornali e siti internet che
hanno fatto a gara a pubblicare posti ed orari sbagliati, la gente non era
molta, ma non era neppure così poca come ho potuto constatare con i miei
occhi ieri sera a Pavia. Un numero comunque “giusto” per un miniconcerto
unplugged in cui l’emozione ha raggiunto i massimi livelli… almeno la
mia...
Un Angelo
Branduardi in vena di confidenze che, tra racconti ed aneddoti con l’ironia
e il talento cabarettistico a cui ci ha ormai abituato, ma che sa
anche essere “serio” nel rivendicare le radici giudaico-cristiane
europee che “e lo dico con polemica, non hanno trovato spazio, nemmeno una riga,
nella costituzione europea”, ha regalato al suo pubblico alcune delle
sue più belle canzoni in versione acustica, accompagnandosi solo con la
chitarra o col violino … ma non un violino qualsiasi… nientepopodimeno che
il mitico Steiner della fine del ‘700 che ho avuto il piacere e l’onore di
ammirare e di fotografare prima del concerto. Angelo mi ha spiegato che, ai
tempi in cui fu costruito, uno Steiner era considerato un violino migliore di
uno Stradivari anche se poi la “moda” è cambiata. Una caratteristica che
lo rende particolarmente pregiato è il dorso in un unico pezzo e non in due
come di solito. Un oggetto bellissimo che ispira venerazione al solo
guardarlo, si vede e si sente che ha un’anima conquistata con il suo viaggio
attraverso i secoli e rubando forse un po’ quella dei violinisti che sono
stati i “passeggeri” nella sua vita, come ama ripetere il suo fortunato
possessore.
Branduardi
ieri sera ha cantato “a braccio”, abbandonando la scaletta che si era
preparato per assecondare in qualche occasione le richieste del pubblico e così
ci ha regalato una splendida “Il ciliegio” …e il fatto che non si
ricordasse bene le parole ha aggiunto e non tolto bellezza alla sua
esecuzione. Nel breve spazio di un’ora un pubblico attento e incantato ha
potuto gustarsi “Confessioni di un malandrino, “Cogli la prima mela”,
“Alla fiera dell’est” (esecuzione corale di Branduardi e il suo
pubblico, ha commentato Franco Nisi), la bellissima “Canzone di Aengus il
vagabondo”, “Il dono del cervo”.
Una serata
bellissima, un concerto intimo, fuori dagli schemi che, pur nella sua brevità,
mi ha regalato momenti di grande emozione.
Dopo
il concerto: alcune anticipazioni
(fonte:
Angelo Branduardi)
Il tempo a
disposizione è scaduto, dice Franco Nisi, per cui Branduardi vi saluterà con
un’ultima canzone e poi tornerà per le domande del pubblico. Dati i tempi
di attesa di Angelo, di pubblico ad aspettarlo rimane solo lo zoccolo duro dei
fedelissimi, veniamo a sapere che si è assunto la distribuzione dei suoi
vecchi dischi, quelli che sono fuori catalogo, e che tra sei o sette mesi
saranno quindi ancora in vendita, notizia che renderà felici i branduardiani
più giovani, poi, dopo gli autografi e foto ricordo di rito ci salutiamo,
ma… al momento di allontanarci io, anzi il mio stomaco, si ricorda che si
dovrebbe anche mangiare data l’ora, così dico ad Angelo che se sta andando
a cena mi aggregherei volentieri e lui gentilissimo risponde : ”ma certo”
e ci invita tutti. A tavola siamo in nove e tra ottimi vini (solo per chi non
doveva guidare) e ottimi cibi Angelo tiene banco, ci racconta aneddoti
gustosissimi sugli esordi della sua carriera e ci parla dei suoi progetti
futuri … antichi e non. Il prossimo Futuro Antico, il quinto della
serie sulle musiche sacre e profane della Serenissima, uscirà fra un paio di
mesi e sarà presentato con un concerto al teatro “La fenice” di Venezia,
sempre con Francesca Torelli e la sua ensemble “Scintille di musica”.
“E il futuro antico sulla musica sarda?” gli chiedo, ricordandomi che me
ne aveva parlato già diversi anni fa (… io adoro la musica sarda… )
Praticamente
sfondo una porta aperta, nella mente di Angelo questo capitolo ha già preso
forma da tempo, ha già un titolo, “La musica di Atlantide” perché
i sardi si ritengono gli ultimi discendenti del continente scomparso e questo
trova avvaloramento nel fatto che è una musica unica al mondo, Angelo cita il
grande etnomusicologo Diego Carpitella, prematuramente scomparso, che lui ha
avuto la fortuna di conoscere e di averne l’amicizia e la stima, e si
avvarrebbe della collaborazione di Luigi Lai, l’ultimo suonatore di
launeddas, Angelo ci racconta con un irresistibile accento sardo che dice di sé:
“Io suono, gli altri soffiano”. La voce femminile sarà quella di Elena
Ledda, allieva di Maria Carta che era stata una sua grande amica. L’unico
problema è che produrre un disco così ha un costo elevato, ma la passione di
Angelo per la musica sarda è tale che prima o poi vedrà la luce…. speriamo
prima…
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